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mercoledì 4 dicembre 2013

I due Marò da febbraio 2012 in India: vittime di errori, ambiguità, incompetenza

I due Marò da febbraio 2012 in India: vittime di errori, ambiguità, incompetenza

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fanti di marina imbarcati sulla Enrica Lexie, accusati di avere ucciso dei pescatori (nessuno parla più di pirati) pagano una serie di errori che accomuna comandante, armatore, ministro degli Esteri, Governo e anche magistratura. E non se ne vede la fine

Il caso dei Marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone dal febbraio 2012 prigionieri della problematica giustizia indiana, non ha appassionato molto, tranne lodevoli eccezioni come Mario Pirani, a sinistra, che ha lasciato alla destra il solitario compito di tutelarli come se difendere l’onore dei militari italiani non fosse cosa degna.

I due militari, Fucilieri di Marina del Battaglione San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono accusati dagli indiani di aver ucciso due pescatori indiani.
La loro vicenda credo meriti chiarimenti e considerazioni.
I chiarimenti riguardano il ruolo che rivestono i militari italiani imbarcati su navi mercantili battenti bandiera italiana, come la Enrica Lexie, di proprietà della Compagnia di trasporto marittimo Fratelli d’Amato.
Mi stupisce che qualcuno abbia avuto dubbi sull’iniziativa. È nella storia delle repubbliche marinare la predisposizione di unità militari per la difesa nelle rotte di navigazione seguite dal naviglio mercantile.
La Serenissima Repubblica di Venezia si è distinta nel corso dei secoli per aver mantenuto un potente dispositivo navale a garanzia della sicurezza delle aree marittime nelle quali navigavano le navi che trasportavano merci da e per i porti più lontani.
È, dunque, un interesse evidente dell’economia italiana che le nostre navi mercantili possano percorrere con sicurezza le rotte a rischio perché tutelate dalla nostra marina militare in vario modo, con la presenza in quei mari di unità armate o di uomini imbarcati sul naviglio civile.
A questo proposito, miei amici, reduci da una crociera mi hanno detto dell’accoglienza che, trovandosi la loro nave in acque pericolose, è stata riservata dai passeggeri, non solo italiani, ai fanti di marina imbarcati nel tratto di mare a rischio. Un’accoglienza che ha coinvolto anche i cittadini di altre nazioni.
La presenza di militari italiani sul naviglio mercantile è, dunque, doverosa.
Quanto all’intera vicenda sembra evidente che ci troviamo dinanzi ad un pasticcio che ha fatto perdere la faccia al nostro Paese.
In primo luogo perché il comportamento del comandante e dell’armatore doveva essere guidato dalle autorità militari italiane le quali avevano sconsigliato di entrare nelle acque territoriali indiane e nel porto di Kochi.
E qui c’è il problema della condizione giuridica delle acque nelle quali si è svolto l’incidente, non acque territoriali ma “Zona contigua” (24 miglia nautiche dalla costa), secondo il Maritime Zones Act del 1976, che fa parte integrante della “Zona economica esclusiva” che si estende per 200 miglia.
Su questa zona la giurisdizione penale indiana è stata estesa con atto unilaterale del codice di rito indiano.
Quale norma prevale, la norma internazionale o la normativa processuale indiana?
Non è la prima volta che ci troviamo ad affrontare un tale problema con gli stati rivieraschi mediterranei dove unilateralmente vengono ampliati i limiti delle acque sulle quali esercitare la giurisdizione. È accaduto ripetutamente con la Libia, accadeva spesso con la Croazia.
Rifuggiamo dalla prepotenza, ma in questo caso c’erano le condizioni per processare in Italia i nostri fucilieri, magari con la costituzione in giudizio dei parenti delle vittime o dell’India.
Invece abbiamo fatto una serie di figuracce, come quella della licenza dalla quale in un primo tempo si voleva che i due marò non tornassero in India nonostante la parola data, tra l’altro mettendo nei guai l’ambasciatore.
Queste vicende si risolvono trattati internazionali alla mano o in sede diplomatica. Nessuno stato avrebbe mollato suoi militari comunque in servizio. Non c’è bisogno di richiamare il caso del Cernis, quando i piloti americani responsabili di una strage i nostri giudici non li hanno visti neppure con il cannocchiale.
Occorreva una azione vigorosa, lineare con il diritto. Ad esempio perché la Procura della Repubblica di Roma non li ha imputati di un presunto omicidio, sia pure colposo e trattenuti in Italia?
Si ha l’impressione che abbiano pesato altre vicende, come quella della presunta corruzione nelle forniture di una azienda di Finmeccanica. Cose che si possono capire ma che non si possono ammettere quando è in gioco il prestigio del Paese di fronte ad uno stato, il Kerala, i cui governanti evidentemente hanno sfruttato il caso in vista delle elezioni.
Ambiguità italiote, come altre volte, a livello politico. Comportamenti che si pagano, cari.
FONTE: Salvatore Sfrecola (blitzquotidiano.it)

venerdì 18 ottobre 2013

India, i marò nel Paese con il record negativo di stupratori, schiavisti e rapitori


Ci sono 14 milioni di persone in stato di grave costrizione: è il primato mondiale. Senza dimenticare le violenze carnali giornaliere


L’India è la più grande democrazia del mondo, una potenza nucleare e un’economia emergente dei Brics, da cui il crescente orgoglio nazionalista che complica il problema dei due marò detenuti. Purtroppo però è anche un Paese che finisce spesso nelle cronache per una quantità di comportamenti raccapriccianti: dagli stupri selvaggi ai periodici e feroci pogrom contro minoranze religiose. Adesso salta fuori che contiene quasi metà di tutti gli schiavi ancora esistenti al mondo. A seconda delle stime, tra i 13.300.000 e i 14.700.000, su una quantità planetaria attorno ai 29,8 milioni.
A dare le cifre è il rapporto Global Slavery Index 2013, appena reso noto da Walk Free: un’organizzazione umanitaria australiana che ha tra i propri sostenitori Hillary Clinton e Bill Gates. Non è la percentuale più alta in senso relativo: quest’altro infame primato appartiene alla Mauritania, con il 4% della popolazione in condizioni di schiavitù. E non ci sono Paesi del tutto al riparo. Includendo nelle forme di schiavitù moderna non solo le sopravvivenze dell’istituto arcaico ma anche la servitù per debito, il matrimonio forzato, la vendita e sfruttamento di bambini, il traffico di umani e il lavoro forzato, nella stessa Italia sarebbero state conteggiati 7919 schiavi. Perfino nella remota e civilissima Islanda, ultima della lista, ci sarebbero 22 schiavi. Ma l’India ha la più alta cifra assoluta, superando di gran lunga i 2.949.243 della Cina, i 2.127.132 del Pakistan, i 701.032 della Nigeria, i  651.110 dell’Etiopia, i 516.217 della Russia, i  472.811 della Thailandia, i 462.327 del Congo, i 384.037 della Birmania e i 343.192 del Bangladesh. Come ha denunciato il direttore generale di Walk Free, Nick Grono, «l'India ha una situazione particolare, perché le persone vengono emarginate e discriminate dalla comunità anche per motivi di casta. Intere comunità nei villaggi del nord ridotte alla condizione di schiavi, costrette a fabbricare mattoni o a lavorare nelle cave. I bambini devono lavorare sui telai per fare i tappeti che vengono venduti nei nostri negozi». 
«Secondo Paese più popoloso al mondo», spiega il rapporto, «l’India esibisce lo spettro completo delle differenti forme di moderna schivitù, da gravi forme di schiavitù per debiti che si trasmettono da una generazione all’altra attraverso varie attività fino alle peggiori forme di lavoro infantile, sfruttamento commerciale del sesso, e matrimonio forzato». E in questo «Paese di vaste dimensioni», la cifra di quasi 15 milioni di schiavi è addirittura ottimista, visto che ad esempio il problema del debito ereditario riguarda 65 milioni di persone. Dipende da un margine di scelta abbastanza arbitrario decidere se rientrino nella fattispecie della schiavitù solo alcune delle vittime, o non piuttosto tutte.  Altri sono vittime del sistema delle caste o di obbligazioni di tipo consuetudinario. Un’altra caratteristica del problema della schiavitù in India e che mentre altrove il problema riguarda lavoratori immigrati o appartenenti a minoranze etniche, «il 90% del traffico di schiavi in India è interno». Molti non si sono neanche mai mossi da un posto all’altro. Come spiega il rapporto, «sono tenuti in schiavitù nei loro stessi villaggi».  Altri con false promesse di un impiego normale sono stati portati dalle campagne nelle grandi città, dive costituiscono un’aliquota importante della manodopera in campi come la costruzione, il tessile, la fabbricazione di mattoni, le miniere, il processamento di pesci e gamberetti o l’industria alberghiera.

FONTE: Maurizio Stefanini (liberoquotidiano.it)