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martedì 26 febbraio 2013

L'Europa affonda con l'Italia ingovernabile. Merkel: «Roma troverà la sua strada»


Tonfo del 4,89% in Piazza Affari. Monti convoca Banca d'Italia Volano i tassi dei Bot semestrali, spread a quota 344

L'Italia ingovernabile affonda Piazza Affari (-4,89% in chiusura) e l'Europa dei mercati finanziari. All'indomani di un voto che secondo la gran parte della stampa internazionale ha consegnato la vittoria «a populismi e false promesse» la grande speculazione è tornata all'attacco, non solo del listino milanese. Il premier uscente Mario Monti ha convocato un vertice sull' emergenza dell'economia e dei mercati a Palazzo Chigi con il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, il ministro dell'Economia Vittorio Grilli e il ministro degli Affari europei, Enzo Moavero. Al termine di due ore di confronto a palazzo Chigi, i partecipanti si sono limitati a confermare il «consueto monitoraggio» della situazione.
LA CANCELLIERA - Dalla Cancelliera Angela Merkel sarebbero arrivate (a mercati chiusi) parole rassicuranti sulle prospettive del nostro paese, da ieri di nuovo fonte di preoccupazione per tutta l'Eurozona. «L'Italia troverà la sua strada» avrebbe detto Merkel in una seduta dell'Unione (Cdu-Csu) secondo quanto riferito da uno dei partecipanti alle agenzie di stampa.
IL PRESIDENTE FED - Il presidente della Federal Reserve, la Banca centrale americana, Ben Bernanke, commentando in Parlamento l'esito del voto a Roma ha riconosciuto che «i mercati reagiscono all'incertezza in Italia».
IL FILM DELLA GIORNATA - Piazza Affari apre i battenti in profondo rosso insieme al resto d'Europa, ma è sui titoli dell'indice Ftse Mib che si accaniscono le vendite. Il tonfo raggiunge rapidamente il 5% in avvio quando le banche vengono quasi tutte colpite dalla sospensione per eccesso di ribasso. Poco dopo mezzogiorno, il secondo crollo (-4,8%) e una nuova raffica di sospensioni. Tuffo all'inferno per Intesa Sanpaolo (-10,4%) fino a che la Consob interviene con il divieto, che resta in vigore fino a mercoledì, di vendere allo scoperto i titoli della prima banca italiana. Una misura anti-speculazione che non si vedeva dai giorni più neri della crisi. Nel pomeriggio la pressione delle vendite pare leggermente allentarsi con l'indice in calo del 4% circa, mentre Intesa riduce le perdite al 7%. In chiusura l'ultimo scivolone: il ribasso alla fine è del 4,89% con le banche in maglia nera e perdite teoriche pari a 17 miliardi sull'intero listino. Spettano alle blue chip del credito i cinque maggiori ribassi: Banco Popolare e Mediolanum -10%; Intesa -8,9%, Unicredit -8,4%, Mediobanca -8,2%.
ASTA BOT - Il tema, sui mercati, è tornato ad essere l'affidabilità del debito italiano: l'asta dei Bot semestrali, primo test post-elettorale, ha fatto il pieno con rendimenti quasi raddoppiati all'1,237% dal precedente 0,731%. L'emissione, per 8,75 miliardi di euro, è stata interamente assegnata. 
L'attenzione ora si sposta sulle aste dei Btp di mercoledì.

SPREAD - Lo spread Btp/Bund, è salito fino a 350 punti per poi ripiegare leggermente a 344 in chiusura, sopra la cosiddetta quota Monti, il livello considerato gestibile (287 punti).
LA MONETA UNICA - L'euro si è indebolito contro il dollaro a 1,3063 dopo aver toccato i minimi di 1,3017 .
LE BORSE UE E WALL STREET - Nella notte Wall Street e Tokyo hanno accusato il caso italiano, e la rinnovata paura di contagio, con ribassi rispettivamente dell'1,5 e del 2,6%. Alla riapertura, la Borsa americana ha recuperato lo 0,6% sulle parole di Bernanke che ha difeso il programma di acquisto dei bond. È rimasto pesante invece il clima in Europa: Francoforte ha chiuso in calo del 2,27%; Parigi ha lasciato sul campo il 2,67%, bilancio pesante a Madrid che ha ceduto il 3,20%.

venerdì 22 febbraio 2013

I sondaggi fanno tremare i partiti. Lo scenario di una valanga grillina


Il Pd teme il calo di Monti: in Senato potrebbe essere ininfluente

Si fanno ma non si dicono. E si sfornano in continuazione. Tre alla settimana, almeno per quanto riguarda il centrosinistra. E raccontano tutti - punto in percentuale in più, punto in percentuale in meno - la stessa storia. Grillo è in salita, costante e, apparentemente, inarrestabile. Il Movimento 5 Stelle si è piazzato al secondo posto, giusto dietro il Partito democratico. La forbice tra le due forze politiche è ampia. E non colmabile, ma i dati rivelano che mentre il trend del Pd tende al ribasso, quello dei grillini, al contrario, è in rialzo.
Però non è solo questa la ragione del cruccio del centrosinistra. Non è solo questo il motivo dei pensieri bui dei dirigenti del Partito democratico. A preoccupare i vertici del Pd sono anche i sondaggi che riguardano Monti. Che aprono una prospettiva inquietante. Non è affatto detto, dati alla mano, che il listone del premier riesca a guadagnare al Senato un numero adeguato di seggi. Già, perché se Bersani non riuscirà a ottenere una vittoria piena pure a Palazzo Madama, avrà bisogno come il pane di un gruppo di sostegno montiano. Tradotto in cifre: Scelta civica dovrà ottenere almeno 15, 20 senatori. Tanti ne serviranno, in caso di pareggio, per consentire al Partito democratico di mettere in piedi un governo di centrosinistra.

Peccato che questi numeri non siano, almeno al momento, una sicurezza. I sondaggi infatti raccontano che nelle regioni chiave i montiani arrancano e non riescono a sottrarre voti consistenti al centrodestra. I dirigenti del Pd si sono guardati in faccia con un certo sconcerto, l'altro giorno, quando hanno esaminato i dati segretissimi forniti loro dai sondaggisti. Per forza. Quelle cifre hanno confermato tutti i loro timori: lì dove il Partito democratico va bene, il listone del premier è in affanno. Ergo: non è al centrodestra che il premier toglie i voti. Perciò, detto in parole povere, un Monti che non riesce a fare argine nei confronti delle truppe berlusconiane rischia di servire poco o niente al centrosinistra.

Di più, e di peggio: nelle regioni chiave, quelle in cui centrosinistra e centrodestra combattono la battaglia campale per il Senato, i montiani rischiano di essere ininfluenti. In Lombardia è testa a testa. In Sicilia pure. In Veneto Bersani e i suoi alleati perdono senza possibilità di sorprese dell'ultima ora, mentre in Campania la vittoria è saldamente nelle loro mani e di lì non si sposterà. Ebbene, in queste regioni Monti rischia di non fare comunque la differenza. Il che significa che tutti i calcoli che sono stati fatti finora al Partito democratico vanno rivisti.

«Non avremo mai il mito dell'autosufficienza: i problemi del Paese sono gravi e non si può pensare di risolverli governando con il 51 per cento»: erano queste, fino a qualche settimana fa, le parole che Bersani amava ripetere in tutti i suoi conversari con amici, collaboratori e compagni di partito. Il segretario pensava al Professore, ovviamente. E al suo movimento. E nel Pd si ragionava sulle poltrone da affidare ai cosiddetti centristi. Quella della presidenza del Senato in primis, che un giorno spettava a Monti e quello dopo a Casini. Ma soprattutto quella del Quirinale. Ora è «tutto da rifare», come avrebbe detto Gino Bartali. Per questo Bersani ha lanciato l'occhio sui grillini.

«Nessuna apertura - spiega il segretario, pragmatico come sempre - ma, comunque andranno le elezioni, loro saranno in Parlamento. Perciò, come sta già accadendo in altre regioni dove governiamo, ci rivolgeremo a tutti, e quindi anche a loro. Porteremo i nostri provvedimenti in Parlamento e in quella sede ci confronteremo con le altre forze politiche, grillini inclusi». È un ragionamento, quello di Bersani, che non fa una piega, stando alle dichiarazioni di D'Alema e Renzi. Solo gli ex ppi frenano. Rosy Bindi continua a sparare a palle incatenate contro il comico genovese e Beppe Fioroni spiega: «Grillo è di destra, quella è la sua cultura, quella è la sua deriva e noi con lui non c'entriamo proprio nulla». Un segnale all'indirizzo di Bersani? Già, ma anche di quel Romano Prodi che, stando alle voci dei palazzi della politica, punterebbe sull'apporto dei grillini per arrivare al Quirinale.

mercoledì 2 gennaio 2013

In nome di Dio, andatevene!

Se ne devono andare tutti, dove non ha importanza. In un'isola delle Barbados, nell'appartamento monegasco del cognato, in un ospizio, nella tipografia romana del suocero, in Vaticano a pregare per lo Ior, in Europa al posto di Van Rompuy, a insegnare alla Bocconi a studenti inconsapevoli, in un tribunale a esercitare la loro professione, in uno dei loro studi legali a incassare milioni di euro. Se ne devono andare. Non li regge più nessuno. Loro non capiscono. Si credono intoccabili perché garanti di interessi economici delle lobby del cemento, delle cooperative, dei concessionari, della Bce, delle banche internazionali, di Stati esteri. Vivono in un mondo a parte, fatto di studi televisivi, di giornalisti proni, di incontri istituzionali a discettare del nulla al quadrato con la rituale foto di gruppo, circondati da commessi, servi, maggiordomi, amanti. Onorevoli disonorati. Facce di bronzo, facce di merda, facce da impuniti, facce da dimenticare se si vuole riacquistare un minimo di serenità. Facce di responsabili dello sfacelo economico e sociale che si fanno il lifting, i sorrisi tirati ormai in un ghigno, l'incedere da uomini di potere che si credono statisti in scatola. Si ripresentano ancora, riverginati, innocenti, candidi come se non fossero colpevoli del più piccolo errore. Loro che hanno disfatto l'economia, l'informazione, la giustizia, la scuola, il tessuto produttivo, lo stesso Stato. Mantenuti nelle loro posizioni privilegiate per decenni, pagate dalle tasse degli italiani a suon di vitalizi mai rinnegati, di leggi ad personam, ad partitum, per gli amici, per i concessionari, per le mafie. Parassiti, pidocchi, mignatte, zecche. Virus che si spacciano per miracolosi medicinali mentre infettano il corpo della Nazione, certi della copertura vigliacca dei media e confidando nella memoria breve degli italiani. Se ne devono andare. In Parlamento non li vuole neppure l'italiano più mite, il più tollerante, il più distaccato dalla politica. L'Italia è in overdose dei Bindi, Finocchiaro, Cicchitto, Berlusconi, Monti, Bersani, Fini, Alfano, Casini, Maroni e delle centinaia di compari si ostinano a imporre la loro presenza. Non capiscono che sono come Ceaucescu al balcone, Mussolini nel camion verso la Svizzera vestito da soldato tedesco, Hitler nel bunker di Berlino mentre da ordini a divisioni che non esistono più. E' questione di tempo, ma la loro avventura politica è terminata. La campanella del 2013 è suonata, la ricreazione a spese di generazioni di italiani è finita. "Voi siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari, scambiereste il vostro Paese come Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Avete conservato almeno una virtù? C'è almeno un vizio che non avete preso? Chi fra voi non baratterebbe la vostra coscienza in cambio di soldi? E' rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene della Repubblica? Siete diventati intollerabilmente odiosi per l'intera Nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie ed ora siete voi l'ingiustizia! Ora basta! Portate via la vostra chincaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave. In nome di Dio, andatevene! (*)"

(*) Dal discorso di Oliver Cromwell al Parlamento inglese nel 1653

domenica 9 dicembre 2012

L’annuncio di Roberto Maroni: “Alleanza con Giulio Tremonti in Lombardia e alle politiche”. La strana coppia scende in campo aspettando Silvio



Giulio Tremonti candidato premier (anche se è prematuro dirlo) con l’appoggio di Roberto Maroni. Roberto Maroni candidato al Pirellone con l’appoggio di Giulio Tremonti (questo si può dire). L’accordo tra i due è siglato in vista delle politiche. Lo annuncia l’ex ministro dell’Interno nel corso di una conferenza stampa a Milano: “Abbiamo discusso la possibilità di definire un accordo su un tema comune, per usare un eufemismo, siamo molto critici del governo Monti”.
Ed è proprio l’antimontismo il terreno d’incontro della strana coppia, anzi della coppia di ex nemici ai tempi della Lega di Bossi: “Con Roberto Maroni – dice Tremonti in conferenza stampa – abbiamo in comune una grande sfiducia per questo governo Monti”. Lui, Giulio, ha scritto un manifesto programmatico dall’impostazione no-global contro banche, capitalismo finanziario e poteri forti, contro l’agenda straniera che sta affamando il paese. L’altro, Bobo lo ha sottoscritto. L’accordo prevede un’alleanza alle politiche tra la Lega e la lista 3L di Tremonti, con l’obiettivo di superare lo sbarramento dell’otto per cento: “Giulio Tremonti e il suo movimento politico – ha affermato Maroni – hanno l’ambizione di raccogliere consenso in tutte le regioni italiane. Il consenso sarà ampio soprattutto al di fuori delle regioni del Nord. I sindaci rimpiangono Giulio Tremonti”.
Alleanza due per ora. Magari, ha spiegato Maroni, con partiti autonomisti minori come la Lega federalista del Lazio – il governatore del Veneto Tosi verrà nei prossimi giorni – e col movimento di Oscar Giannino. In attesa che Silvio Berlusconi dica qualcosa di definitivo sulla sua candidatura. Anzi, proprio l’annuncio di Maroni alla vigilia di quello che si annuncia come il vertice decisivo a palazzo Grazioli appare come una ulteriore sollecitazione affinché il Cavaliere sciolga la riserva. Proponendosi come interlocutore che non vuole rimanere isolato: “Il Pdl – dice Maroni – adesso è uno, nessuno e centomila. Un’intesa può esserci soltanto sul mio programma che prevede la creazione dell’euroregione del nord e che il 75% delle tasse restino sul territorio”.
Intesa possibile, dunque. E non è un caso che negli ultimi termini Berlusconi ha parlato di Giulio Tremonti come di un “alleato”. Lo ha fatto sin dall’intervista all’HuffPost del 25 settembre. Ecco che Maroni oggi ha incalzato il Pdl sulla linea anti-montiana condivisa dall’ex premier, e si è detto pronto in vista di quell’election day su cui Berlusconi sta sfidando non solo Monti ma anche i vertici del suo partito: “Le elezioni in Lombardia si terranno probabilmente il 10 febbraio; domani si riunisce il consiglio dei Ministri, ma mi dicono che quella sarà la data”. E se quella sarà la data della Lombardia, è il ragionamento, coincide con la data per le politiche.
Per ora il candidato premier è l’ex ministro dell’Economia. Anche se Maroni non lo ha detto, giocando a creare un po’ di suspense: “Tremonti premier? – dice – Ne parliamo…”. La verità è che tutto dipende dalla ri-discesa in campo di Berlusconi. E dalle condizioni con cui verrà rinegoziata un’alleanza. Per ora il paletto fermo riguarda la Lombardia. Dove Maroni ha già iniziato la sua campagna elettorale.
Articolo di Alessandro de Angelis