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martedì 24 settembre 2013

Allarme degli scienziati Onu: 12 anni per salvare la Terra


Non lascia molti spazi alla speranza l'atteso Quinto Rapporto dell'Ipcc, l'organismo creato dalle Nazioni Unite per investigare sul cambiamento climatico. Quattro scenari: nel peggiore un riscaldamento globale di 3.7 gradi e aumento dei livelli dei mari di 62 centimetri

Il mondo non riuscirà a mantenere il riscaldamento climatico sotto i due gradi rispetto all'epoca preindustriale. Non lascia molti spazi alla speranza l'atteso Quinto Rapporto dell'Ipcc (Intergovernamental panel on climate change), l'organismo creato dalle Nazioni Unite per investigare sul cambiamento climatico, che è stato insignito del premio Nobel per la pace. L'Ipcc si è riunito oggi a Stoccolma rivedere e approvare il "sommario per i decisori politici" del quinto rapporto, che sarà reso pubblico venerdì. Ma da quanto filtra il quadro è gia chiaro.

Dalle bozze che circolano, ormai pressoché definitive, emerge con nettezza che il combinato disposto delle emissioni di gas serra causate dall'uomo combiante con l'inazione della politica che inquesti decenni ha prodotto il largamente inconcludente "protocollo di Kyoto" ma si è mostrata incapace di frenarle davvero produrrà un mondo ben più caldo di quei 2 gradi ritenuti il margine massimo accettabile per non avere conseguenze gravi sugli ecosistemi e sulle attività umane.

Secondo lo scenario più ottimista, quello che prevede un riscaldamento di "solo" un grado (range 0.3/1.7 gradi) entro il 2081-2100 - e quindi di 1 grado e 74 rispetto al 1850 - avremmo 12 anni e mezzo per tentare l'impossibile: stabilizzare le concentrazioni di Co2 ad un livello di 421 ppm (parti per milione). Che la missione sia assolutamente impossibile lo dice il fatto che (dati agosto 2013), le concentrazioni di Co2 in atmosfera sono già a quota 395.1 e che l'aumento medio annuale è stato (periodo 2003-2012) di 2.07 ppm. Ci restano quindi appena 26 ppm da "bruciare" e lo faremo in circa 12 anni e mezzo, quindi nel 2025. Considerando che un accordo globale per tagliare le emissioni non entrerà in vigore prima del 2020, in 5 anni sarà impossibile farcela (e visto che le emissioni restano in atmesfera per decenni e non possono essere tagliate significativamente da un anno all'altro, lo sarebbe comunque anche se iniziassimo a tagliare vigorosamente adesso).

Questo significa che il mondo che lasceremo ai nostri pronipoti sarà molto più caldo dei proverbiali due gradi rispetto all'epoca preindustriale. Nel quinto rapporto l'Ipcc fa quattro scenari. Il primo, quello "ottimista", prevede per fine secolo un riscaldamento di un grado rispetto alle medie 1986-2005 (aumento che andrebbe sommato agli 0,74 gradi già registrati) e un aumento medio del livello dei mari di 40 centimetri. Ma già con il secondo, ben più realistico (livello di 538 ppm, che è raggiungibile se si tagliasse seriamente dopo il 2020) si sale a 1.8 gradi (range da 1.1 a 2.6 gradi) e un aumento del livello del mare di 47 centimetri. Il terzo e quarto scenario sono ancora peggiori, con 2.2 e 3.7 gradi e aumenti dei livelli dei mari di 47 e 62 centimetri. Lasciando il quarto scenario nel novero del molto poco probabile (dato che prevede concentrazioni di Co2 ad un livello monstre di 936 ppm, quindi più del doppio delle attuali), anche il secondo scenario è comunque assai preoccupante.

L'Ipcc ci ha avvertito, ora tocca ai governi decidere se continuare a voltarsi dall'altra parte o anticipare di qualche anno l'accordo globale che ridurrebe il danno causato da un modello energetico basato sui combustibili fossili.

FONTE: Alessandro Farruccia (qn.quotidiano.net)

domenica 15 settembre 2013

Siria, armi chimiche: lunedì rapporto Onu a Consiglio. Cina: "Bene accordo Usa-Russia"


Pechino appoggia i risultati del negoziato di Ginevra tra Kerry e il ministro degli Esteri russo Lavrov. Il segretario di Stato Usa a Gerusalemme per incontrare Netanyahu. L'appello dell'opposizione alla comunità internazionale: "Vietare missili e aerei contro le zone abitate"

L'attesa finisce domani, con i risultati e le prove del rapporto sulle armi chimiche degli ispettori della Nazioni Unite raccolte in Siria. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, dovrebbe presentare lunedì mattina al Consiglio di Sicurezza il rapporto degli esperti Onu. Lo rivelano fonti diplomatiche interne al Palazzo di Vetro.

Dopo l'accordo raggiunto da Russia e Usa su un primo tentativo diplomatico per risolvere la crisi siriana, che comporta la distruzione dell'arsenale chimico di Bashar al-Assad, le grandi potenze sembrano allineate. Il lavoro diplomatico durato tre giorni e portato avanti dal segretario di Stato Usa John Kerry e dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov (VIDEO), anche la Cina ha accolto "favorevolmente l'accordo" di Ginevra. Il ministro degli Esteri Wang Yi lo ha detto nel corso di un incontro col suo omologo francese Laurent Fabius, aggiungendo che questo accordo va a "placare le tensioni in Siria".

"Crediamo che l'accordo quadro allenterà l'attuale situazione di tensione che da un momento all'altro potrebbe essere innescata in Siria e creerà nuove prospettive per risolvere la questione delle armi chimiche attraverso mezzo pacifici", ha ribadito Wang Yi all'inizio degli incontri con la controparte francese Laurent Fabius, in visita a Pechino in un ulteriore sforzo diplomatico con cui tentare di trovare soluzione alla guerra civile siriana. La Francia, che sostiene i ribelli e ha interessi storici e strategici nella regione, ha appoggiato la proposta di una azione militare in risposta all'attacco con armi chimiche che il 21 agosto ha ucciso centinaia di persone alla periferia di Damasco, di cui ha attribuito la responsabilità al regime di  Assad. La Cina, così come la Russia, in precedenza aveva bloccato le risoluzioni che al Consiglio di sicurezza avrebbero sanzionato il regime. Anche Fabius ha definito l'accordo un "passo avanti importante" pur precisando che "naturalmente non risolve tutto e ci sono un certo numero di cose ancora da verificare".

In Siria si continua a combattere e l'accordo non "fermerà Assad", continuano a dire i ribelli. La principale piattaforma dell'opposizione siriana ha chiesto infatti alla comunità internazionale di vietare al regime di Damasco, oltre alle armi chimiche, anche "l'uso dell'aviazione e dei missili balistici contro le zone abitate". Ma il viaggio diplomatico per evitare la guerra è ancora lungo. John Kerry oggi a Gerusalemme incontra il premier israeliano Benjamin Netanyahu, per aggiornarlo sull'accordo e discutere con lui il processo di pace con i palestinesi. La scorsa settimana Kerry aveva incontrato a Londra il presidente palestinese Mahmoud Abbas, volendo vedere i due leader mediorientali prima dell'Assemblea generale delle Nazioni unite, cui entrambi parteciperanno a fine mese. Da Gerusalemme, il segretario di Stato Usa volerà poi a Parigi, dove domani discuterà della questione siriana con il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius e con il segretario agli Esteri britannico William Hague.

FONTE: repubblica.it

mercoledì 28 agosto 2013

Attacco alla Siria, scatta il conto alla rovescia Usa contro Assad: puniremo le atrocità Onu, Bonino frena: non daremo basi in automatico

Bonino: nostra partecipazione ad intervento militare non automatica. Da Siria e Iran minacce a Israele


L'attacco alla Siria alla fine ci sarà, ma non nelle prossime ore. È la Gran Bretagna di David Cameron, a sorpresa, a fermare le lancette del conto alla rovescia per lo strike contro il regime di Assad. Londra - è infatti il contenuto della mozione che il governo presenterà domani al Parlamento riconvocato in tutta fretta dalle ferie - continua a ritenere necessaria una risposta, «anche senza l'Onu», allo scempio perpetrato da Damasco con le armi chimiche.
E il regime ha sollevato anche lo spettro dei gas letali contro i Paesi europei: Usa, Gran Bretagna e Francia, ha detto il viceministro degli Esteri Faisal Maqdad, hanno aiutato «i terroristi» ad usare le armi chimiche in Siria, e gli stessi gruppi «le useranno presto contro il popolo d'Europa».

Prima di un'azione militare ritiene che sul tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite debba arrivare il rapporto degli ispettori che stanno indagando sul terreno in Siria. E agli esperti di Palazzo di Vetro, ha fatto sapere Ban ki-Moon in giornata, servono altri quattro giorni. Il veto scontato di Russia e Cina - ribadito oggi in una riunione degli ambasciatori dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza - e anche lo spettro dell'Iraq che continua ad aleggiare a 10 anni dall'invasione sono riusciti quindi per il momento a far slittare l'attacco che sembrava imminente. Anche gli Usa ripetono che nessuna decisione è stata ancora presa. Ma Washington si prepara comunque a mettere nelle prossime ore sul piatto un cospicuo dossier di prove di colpevolezza del regime, mentre il segretario generale della Nato Rasmussen ha avvertito che l'uso di armi chimiche «non può restare senza risposta».

Si aspetterà comunque il risultato del lavoro degli ispettori Onu, malgrado secondo il consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Barack Obama, Susan Rice, la loro sia una missione senza senso. In un messaggio all'ambasciatore Usa all'Onu e ad altri esponenti del Palazzo di Vetro, Rice ha affermato, riferisce il Wsj, che la missione «ci dirà quello che già sappiamo, ovvero che le armi chimiche sono state usate. Non ci dirà chi le ha usate, questo già lo sappiamo». In mattinata era stato proprio il premier britannico Cameron a cercare di accelerare annunciando una proposta di risoluzione della Gran Bretagna al Consiglio di sicurezza «per l'autorizzazione di misure necessarie alla protezione di civili». Tentativo naufragato. «È prematuro discutere di una reazione del Consiglio di sicurezza finchè gli ispettori in Siria non presenteranno il loro rapporto», lo aveva stoppato il primo vice ministro degli Esteri russo Vladimir Titov, prefigurando il fallimento della riunione degli ambasciatori di Usa, Gb, Francia, Russia e Cina che si sarebbe tenuta di lì a poco. Si è trattato di un argomento evidentemente valido, anche perchè - secondo alcune indiscrezioni - il dossier di prove raccolto dagli Usa è cospicuo, ma incompleto. Contiene informazioni d'intelligence, resoconti, filmati video, dichiarazioni e rapporti di medici sul campo.

E soprattutto, secondo quanto riferisce la rivista Foreign Policy, intercettazioni di telefonate in cui un funzionario del ministero della Difesa chiede al comandante di un'unità per le armi chimiche spiegazioni su un attacco con gas nervino, appena poche ore dopo la strage del 21 agosto. Ma non contiene le prove solitamente determinati, ovvero quelle raccolte sul campo, come campioni di terreno, di sangue e altri elementi tangibili positivi ai test per il gas nervino. In ogni caso, secondo quanto ha detto un alto funzionario americano alla Nbc, è stato «passato il punto di non ritorno» e i raid contro obiettivi siriani scatteranno comunque «nell'arco di pochi giorni», mentre un'altra fonte ha precisato che «nessuna azione militare sarà unilaterale. Dovrà includere i nostri alleati internazionali». E in questo quadro, la Casa Bianca ha fatto sapere che dal 21 agosto, Obama e i suoi più stretti collaboratori hanno fatto almeno 88 telefonate a leader stranieri per cercare di costruire un consenso più largo possibile.

All'Onu l'ambasciatore siriano ha oggi chiesto al segretario generale Unite Ban Ki-moon di incaricare «immediatamente» gli ispettori in Siria di un'inchiesta su tre nuovi presunti attacchi di ribelli sull'esercito di Damasco. Attraverso l'Iran, il regime siriano ha allo stesso tempo minacciato in maniera esplicita Israele. «Se Damasco viene attaccata, anche Tel Aviv verrà presa di mira. Una vera guerra contro la Siria produrrà una licenza per attaccare Israele», ha scritto l'agenzia iraniana Fars, vicina al Corpo d'elite dei Pasdaran, citando «un'alta fonte delle forze armate siriane».

La posizione italiana. L'Italia intanto mantiene le distanze da un sempre più probabile intervento militare, anche se ci fosse il via libera dell'Onu. «La nostra partecipazione non sarebbe automatica» ma ci vorrebbe un dibattito parlamentare, ha avvertito il ministro degli Esteri Emma Bonino. La priorità del governo, come è emerso oggi da un vertice a Palazzo Chigi presieduto dal premier Enrico Letta, è di accertare quanto prima le responsabilità dell'attacco chimico nei sobborghi di Damasco, facilitando il lavoro degli ispettori Onu. L'ulteriore frenata è arrivata oggi dalla titolare della Farnesina: anche con l'ok del Consiglio di sicurezza dell'Onu ad un'azione militare in Siria - ha puntualizzato Bonino - la partecipazione italiana «non sarebbe automatica», piuttosto farebbe scattare un «serio dibattito in Parlamento».

Il collega della Difesa Mario Mauro ha detto ancora più chiaramente che «non ci sono spazi perchè l'Italia prenda parte attivamente ad una nuova azione militare», perchè i nostri soldati sono già impegnati «in Libano, Libia, Kosovo e Afghanistan». Ed in caso di richiesta da parte degli alleati di concedere le basi militari, «che ancora non è arrivata», ogni decisione del governo sarà «collegiale» e «sottoposta al Parlamento», ha aggiunto Mauro, specificando che il governo vuole «evitare avventure al nostro Paese». La linea italiana, formalizzata dal premier Letta al termine di una riunione con i ministri Mauro e Bonino ed il vicepremier Alfano, è di «chiedere con grande forza all'Onu che sia chiarito quanto successo» in quel terribile attacco del 21 agosto. «L'utilizzo delle armi chimiche è un crimine contro l'umanità», ha aggiunto Letta, confermando il sostegno agli ispettori perchè l'Italia «per tradizione richiede la legittimità attraverso atti motivati dall'Onu».

La «soluzione diplomatica» rimane l'unica opzione ritenuta valida a palazzo Chigi, nonostante i venti di guerra. Bonino ha sottolineato anche oggi che il governo «non crede alla soluzione militare», anche se si comprendono «le ragioni che spingono alcuni Paesi a voler dare un avvertimento muscoloso» ad Assad. In ogni caso, ogni intervento fuori dal mandato Onu «non sarebbe una risposta adeguata, convincente e positiva, anzi rischierebbe di esacerbare una situazione più che esplosiva», ha specificato la titolare della Farnesina. La prudenza del governo è apprezzata nelle aule parlamentari. Il Pd conferma il sostegno al ministro Bonino sulla contrarietà ad un'azione militare italiana, il Pdl parla della necessità di un «approccio pragmatico e di una soluzione politica». E secondo il presidente della Commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini, «è giusto chiedere l'avallo del Consiglio di sicurezza Onu, che significherebbe un accordo tra Stati Uniti e Russia».

Attraverso l'Iran, il regime siriano ha infine minacciato in maniera esplicita Israele. «Se Damasco viene attaccata, anche Tel Aviv verrà presa di mira. Una vera guerra contro la Siria produrrà una licenza per attaccare Israele», ha scritto l'agenzia iraniana Fars, vicina al Corpo d'elite dei Pasdaran, citando «un'alta fonte delle forze armate siriane».

FONTE: ilmessaggero.it

venerdì 23 agosto 2013

Siria, Ban Ki-moon: uso armi chimiche crimine contro l'umanità Obama: è arrivata l'ora delle scelte




SEOUL - L'uso di armi chimiche in Siria, se verrà accertato, costituirebbe «un crimine contro l'umanità» che avrebbe «gravi conseguenze», ha dichiarato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon durante una visita a Seoul. Attendista la posizione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, mentre dopo la strage di Ghouta, la Francia spinge per passare all'uso della forza.

«Gravi conseguenze». «Qualsiasi utilizzo di armi chimiche, e qualunque siano le circostanze, violerebbe il diritto internazionale. Un tale crimine contro l'umanità avrebbe gravi conseguenze per chi lo ha perpetrato», ha detto Ban Ki-moon. «È una sfida grave per la comunità internazionale nella sua totalità, e l'umanità che abbiamo in comune, e altrettanto che ciò sia avvenuto mentre la missione di esperti dell'Onu si trovava nel paese», ha aggiunto il segretario generale dell'Onu.

Obama: grande preoccupazione. Gli ultimi sviluppi della crisi siriana richiedono «la massima attenzione degli Stati Uniti» perchè «quello che abbiamo visto indica che si tratta chiaramente di un evento molto grave, che desta grande preoccupazione», ha detto il presidente americano Barack Obama in un'intervista alla Cnn.

Sia sulla Siria, sia sull'Egitto, il presidente americano Barack osserva che intende assumere decisioni chiave. Insomma che è arrivata l'ora delle scelte. «Dobbiamo pensare - ha sottolineato Obama - in modo strategico a come difendere i nostri interessi nazionali a lungo termine». Quindi il giornalista della Cnn, Chris Cuomo, gli ha chiesto se il governo degli Stati Uniti sta pensando a un «quadro temporale molto breve» per assumere decisioni chiave in Egitto e in Siria. Una domanda a cui Obama ha ripetutamente risposto con una sola parola Obama, cioè sì.

FONTE: ilmessaggero.it

mercoledì 3 aprile 2013

Commercio armi, sì dell'Onu al primo trattato


Entro due anni vendita vietata ai paesi sottoposti ad embargo, che violano diritti umani o in rapporto con terrorismo e mafia

L'Onu ha deciso di rendere più «etico» il commercio mondiale delle armi. Entro due anni sarà molto più difficile vendere rivoltelle e fucili a paesi sottoposti ad embargo, che violano diritti umani o che hanno rapporti con terrorismo e criminalità organizzata. Con una 154 voti a favore, 3 contrari e 23 astenuti, l'assemblea delle Nazioni Unite ha approvato il primo trattato internazionale sulla compravendita internazionale delle armi convenzionali. Principi all'insegna della «moral suasion» - che però potrebbero dispiegare tangibili effetti pratici - in vigore entro due anni, quando i singoli Paesi che martedì 2 hanno dato il voto favorevole all'accordo approveranno le norme più «etiche».

80 MLD DI EURO - Il testo che disciplina il business (dal fatturato di circa 80 miliardi di dollari, un volume secondo soltanto a quello del narcotraffico) non avrà vincoli coercitivi, ma favoriraà la trasparenza su decisioni e numeri e dunque una maggiore possibilità di controllo dell'opinione pubblica sulle scelte prese dai singoli governi chiamati a riferire ogni anno - è la postilla più importante del trattato voluto dall'Onu - ai rispettivi parlamenti.

IL «NIET» DI SIRIA, IRAN E NORDCOREA - Tra i promotori del documento ci sono paesi membri permanenti del Consiglio come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Lo storico via libera al trattato da parte degli Usa è arrivato in particolare grazie alla svolta impressa dal presidente Barack Obama. I Paesi che hanno votato contro sono, senza sorprese, Siria, Iran e Nord Corea, gli stessi cioè che la settimana scorsa hanno bloccato il via libera unanime, per alzata di mano. Tra gli astenuti ci sono Russia, Cuba, Venezuela e Bolivia. Nella sala dell'Assemblea Generale dopo il voto è scattato un applauso per sottolineare l'ampio sostegno al primo trattato per regolare il multimiliardario commercio delle armi.
«MORAL SUASION»- Bocciata, appunto lo scorso giovedì, la possibilità di approvare l'accordo all'unanimità, l'assemblea ha deciso di procedere per una strada alternativa: vale a dire che il testo adottato dovrà essere ratificato da ogni singolo paese e il trattato entrerà in vigore solo a partire dalla cinquantesima ratifica, cioè non prima di almeno due anni. Il principio fondante del trattato è che ogni paese deve valutare, prima di ogni transazione, se le armi vendute rischiano di essere utilizzate da chi le acquista per aggirare un embargo internazionale, per commettere «violazioni gravi» dei diritti umani o per essere girate a gruppi terroristici o criminali.
L'APPLAUSO DELL'ASSEMBLEA - Quando il conteggio dei voti è apparso sullo schermo elettronico, nell'aula dell'Assemblea Onu è scoppiato un applauso scrosciante. Il trattato farà «la differenza riducendo le sofferenze degli esseri umani e salvando delle vite», aveva detto poco prima della votazione l'ambasciatore dell'Australia, Peter Woolcott, che ha presieduto i negoziati. «Lo promettiamo a quei milioni di persone, spesso le più vulnerabili della società, le cui vite sono state oscurate dal commercio internazionale di armi irresponsabile e illecito», ha aggiunto rivolgendosi all'assemblea.

FONTE: corriere.it