martedì 10 dicembre 2013

Duecento miliardi volano all'estero perché esportarli è sempre più facile


Gli italiani continuano a nascondere oltre frontiera i propri risparmi. Grazie alle complicità delle banche e agli scarsi controlli farlo presenta rischi minimi. Soprattutto attraverso le Alpi, verso la Svizzera.


Si fanno chiamare "corrieri". Viaggiano tra l'Italia e la Svizzera, attraversando il confine con il loro carico prezioso: interi capitali in contanti, che ogni giorno, di nascosto, vengono prelevati dalle banche nostrane e trasferiti in quelle elvetiche. Un meccanismo che continua a girare senza intoppi, nonostante la recente offensiva che il governo italiano  -  affiancato dagli esecutivi di altri paesi europei  -  sta muovendo nei confronti del segreto bancario: ovvero, l'uovo di Colombo, la pietra angolare sulla quale si basa l'intero ingranaggio.

Paura del Pci e di Monti. "Era il 1934, quando il governo federale decise di introdurre questa norma", racconta un ex dirigente di banca svizzero che per anni si è occupato dell'importazione di capitali italiani. "Ricordo che alla vigilia delle elezioni politiche del 1976, quando il Pci sfiorò il sorpasso sulla Dc, in una sola settimana furono contrabbandati in Ticino qualcosa come cento miliardi di lire dell'epoca. Una situazione del genere si è nuovamente verificata nel 2011, durante la nascita del governo Monti". 

L'assicurazione. L'iter dell'operazione è perfettamente rodato: la possibilità di errori si avvicina allo zero. "Le banche italiane fanno da tramite tra il cliente e la banca svizzera: i corrieri sono in contatto diretto con gli istituti di credito, che li mobilitano a seconda delle esigenze. Alcuni corrieri, addirittura, stipulano delle vere e proprie polizze assicurative: nel caso improbabile che si verifichi un incidente, i soldi arriveranno comunque a destinazione". 

Quanti e dove. I capitali nascosti oltre frontiera da cittadini italiani oscillavano tra 124 e 194 miliardi di euro a fine 2008: l'ultimo studio redatto dalla Banca d'Italia, risalente al 2011, parla di una cifra compresa tra il 7,9% e il 12,4% del Pil (Prodotto interno lordo). Per quanto riguarda le destinazioni d'approdo, è interessante prendere in esame i dati riassuntivi dello scudo fiscale 2009-2010: all'epoca, il 68,8% dei capitali scudati si trovavano in Svizzera, il 7,9% in Lussemburgo, il 4,8% a San Marino, il 4,5% a Monaco. Percentuali piuttosto simili possono essere estratte dall'ultimo rapporto annuale dell'Unità di informazione finanziaria della Banca d'Italia, che ha preso in esame i bonifici che interessano controparti o intermediari residenti in aree geografiche "sensibili" per quanto riguarda la lotta al riciclaggio: la Svizzera si conferma la piazza più attiva, con il 60% dei flussi in entrambe le direzioni. 

La musica sta per cambiare. Eppure molto presto la musica potrebbe cambiare: lo scorso 18 ottobre Berna ha siglato la convezione sullo scambio automatico delle informazioni tra autorità fiscali. Nel contempo, il Gruppo d'azione finanziaria internazionale e il G20 hanno fatto pressione sul governo elvetico affinché elabori una proposta di legge che introduca i reati fiscali qualificati come reati presupposto del reato di riciclaggio. La deadline è il 2016: in caso di mancato adeguamento, il paese degli orologi e del cioccolato sarà inserito nella black list. Il vecchio segreto bancario, insomma, sembra avere i giorni contati: tanto che il governo Letta sta già ragionando su come gestire il rientro in patria dei capitali non dichiarati, e ha recentemente annunciato, tramite il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni, l'adozione di "una serie di norme per favorire tale flusso".

Le strade alternative. Tutto risolto, insomma? Non esattamente. "Molti capitali vengono fatti viaggiare lungo strade alternative, molto difficili da sbarrare", spiega il nostro esperto italo-elvetico. Ci sono, ad esempio, i soldi sporchi della malavita organizzata: che vengono affidati a vere e proprie teste di legno, titolari di regolarissime società svizzere. "Queste teste di legno utilizzano il denaro per dar vita a una lunga catena di operazioni transazionali", assicura  "Dopodiché i capitali tornano in Svizzera, vengono fatti riposare per un po', e infine vengono reinvestiti nel mercato italiano. La Finanza si mette al lavoro e tenta di ricostruire i vari passaggi dell'operazione: ma ci vuole tempo e ci vogliono le rogatorie. È come cercare di svuotare l'oceano con un cucchiaino".

FONTE: MARIA ELENA SCANDALIATO e ANDREA SCERESINI

domenica 8 dicembre 2013

Lui 60, lei 11: per i giudici è amore

Dopo due condanne a 5 anni per violenza sessuale, la Cassazione rinvia in Appello: tenuità del fatto, valutare le attenuanti generiche

Siamo abituati alle bizzarre decisioni della Cassazione, ma quella riportata dalla stampa calabrese supera i limiti della comprensione umana.  La pena per la violenza sessuale ai danni di un minore può essere ammorbidita se ci sono le prove dell'amore della vittima per il suo carnefice. Quello che è successo a Catanzaro assume tratti preoccupanti. Le toghe della Cassazione si sono trasformate in giudici di un presunto sentimento, ancor prima che dei reati. Come raccontato dal Quotidiano della Calabria, una donna affida la propria figlia a Pietro Lamberti, un impiegato dei servizi sociali del Comune, con la speranza che possa aiutarla a risolvere i suoi problemi scolastici. Lui ha 60 anni, lei undici. Ma ben presto il loro rapporto si trasforma in altro. Prima il corteggiamento («Ma tu mi ami?», gli chiedeva la bambina); poi la paura dell'uomo di essere scoperto (Lamberti ha più volte invitato la ragazzina a tenere celato il loro segreto e le diceva di non chiamarlo nel weekend perché doveva stare con la famiglia); infine il sospetto di aver oltrepassato il limite e di avere gli occhi della madre puntati addosso. Ed è stata proprio la madre, preoccupata dall'eccessiva e morbosa premura di Lamberti nei confronti della figlia, a far partire le indagini tre anni fa, dopo la confessione dell'undicenne. E così la polizia ha piazzato le microspie nella villa estiva di Lamberti, a Roccelletta di Borgia, sulla costa jonica catanzarese. Decine di intercettazioni hanno documentato la relazione tra i due. L'ultima, sempre in base a quanto riportato dal Quotidiano della Calabria, ha fatto scattare il blitz: «Tesoro, non cacciarmi le mani».

I poliziotti hanno fatto irruzione e li hanno trovano nudi, sotto le lenzuola. All'epoca la giovane non andava più a scuola e, secondo quanto riferito dalla polizia, si trovava in un «assoluto stato di assoggettamento psicologico». Lamberti finisce in manette, per lui si spalancano le porte del carcere, ma esce poco tempo dopo per problemi di salute. Il giudice di primo grado lo condanna per violenza sessuale a cinque anni, superando i 4 anni e 4 mesi chiesti dalla Procura. La famiglia si costituisce parte civile, ottiene 40mila euro di risarcimento, ma vuole andare avanti, fino alla condanna definitiva. In secondo grado la pena viene confermata. Ma è al gradino finale che arriva il colpo di scena: la Suprema Corte invece di mettere la parola fine, conferma la condanna, ma rinvia in Appello parlando di «tenuità del fatto» e invitando a considerare la richiesta di eventuali attenuanti generiche. Motivo? I due erano innamorati. A undici anni si è consapevoli del significato della parola amore? La decisione rischia così di alleggerire la pena. In nome di un presunto sentimento. Una decisione che farà molto discutere e che soprattutto potrebbe costituire un pericoloso precedente.
Tra l'altro non è la prima volta che la magistratura usa le tavole dell'amore invece che quelle delle leggi. Una storia simile è capitata nel febbraio del 2008. Il tribunale di Vicenza infatti aveva inflitto una condanna «mite» (un anno e 4 mesi) a un macellaio di 34 anni che aveva avuto rapporti sessuali con una tredicenne. Il tutto perché lei era «consapevole e consenziente» e lui «innamorato». All'imputato non era stato contestato il reato di stupro, ma quello di atti sessuali con una minorenne. Così come non era stata presa in considerazione la tredicenne che dichiarò di essere stata convinta a salire in auto e indotta ad avere rapporti sessuali. Prevalse la tesi della difesa, secondo la quale tra i due si era instaurato un rapporto di amore. All'epoca insorse l'Osservatorio sui diritti dei Minori: «A prescindere dalla volontà o meno di una tredicenne di avere rapporti sessuali con un adulto, è comunque esecrabile che una legge dello Stato preveda riduzioni di sorta». Ora il copione si ripete.

FONTE: Domenico Ferrara (ilgiornale.it)

sabato 7 dicembre 2013

Minacce, caos e serrate. L’escalation dei Forconi “Così bloccheremo l’Italia”

L’allerta del Viminale:convocazione dei comitati . Il governo: toni preoccupanti. Il ruolo degli autotrasportatori. Sui siti e su Facebook corrono accuse e smentite

Un’escalation. Il movimento dei forconi si prepara alla piazza in uno strano clima di minacce vere o presunte, voci sulle manifestazioni che rimbalzano dalle pagine Facebook alle vie delle città, frenate nei comunicati ufficiali e prese di distanza da parte dei sindacati. 
Cinzia Franchini, presidente nazionale della CNA-Fita,che nei giorni scorsi ha revocato la proclamazione di fermo indetta per il prossimo lunedì oggi ha denunciato di aver subito minacce. «Ti ritroverai con una forca in gola», si legge in un manifesto anonimo incollato davanti alla sede del sindacato. Il fermo durerà fino a venerdì ma il timore è che la protesta possa bloccare tutto lo Stivale così come è avvenuto due anni fa. Il governo non nasconde una certa preoccupazione sia per i contraccolpi al sistema produttivo che per i problemi di sicurezza che potranno derivare dai blocchi delle strade.  

«Ritengo sia doveroso chiarire che lunedì 9 dicembre non è un fermo del settore dell’autotrasporto - ha sottolineato in una nota il sottosegretario di stato con delega all’autotrasporto, Rocco Girlanda - ma solo di alcuni che aderiscono a movimenti di protesta concomitanti con altre categorie che hanno in animo forme di dissenso eclatanti a livello nazionale e che stanno assumendo in questi giorni preoccupanti toni di carattere rivoluzionario, dal quale si discostano tutte le maggiori associazioni dei vettori». 

La psicosi  

Non ci sono programmi ufficiali, ma l’annunciata manifestazione rischia di creare problemi ovunque. Negli ultimi giorni, in Calabria, l’annunciata manifestazione ha provocato una prima psicosi e tanta preoccupazione, al punto che non sono mancate le code ai supermercati e presso i distributori di carburanti. In rete rimbalzano voci di picchietti questa mattina davanti al centro commerciale Le Gru di Grugliasco, alle porte di Torino, e davanti ad altre grandi catene di supermercati del quartiere Mirafiori del capoluogo torinese. In realtà non succede nulla. Forse la musica sarà diversa lunedì all’alba, quando nel capoluogo tre saranno ci saranno tre presidi: in piazza Derna, in piazza Pitagora e - più tardi - in piazza Castello. Molti i negozi soprattutto del centro e del quartiere Cit Turin che espongono cartelli con scritto che lunedì non garantiscono l’apertura.  

Le smentite  

«L’autotrasporto italiano non si fermerà. Le maggiori sigle sindacali del Paese che rappresentano il 90% degli operatori del trasporto, Fai-Conftrasporto, Anita, Fita Cna, Confartigianato Trasporti, hanno revocato la protesta lo scorso 28 novembre, dopo la firma di un protocollo presso il ministero dei Trasporti con il quale il governo ha definito importanti interventi per la categoria». Lo ha dichiarato Paolo Ugge’, presidente di Unatras, la sigla che unisce le maggiori sigle italiane dell’autotrasporto, e presidente di Fai-Conftrasporto. 

Il Pd in campo  

«Una manifestazione di protesta, indipendentemente dalla legittimità delle motivazioni dei promotori e dalla rilevanza dei problemi sollevati, non può mai trasformarsi in una forma di intimidazione nei confronti di un’intera città». Lo affermano, in una nota, Gianfranco Morgando e Fabrizio Morri, segretari piemontese e torinese del Pd. Secondo Morgando e Morri, non sono «accettabili minacce nei confronti di commercianti e artigiani, e bene hanno fatto le più autorevoli associazioni di categoria a lanciare l’allarme. Auspichiamo che negli aderenti alla protesta prevalga il senso di responsabilità e siamo certi che le forze dell’ordine sapranno garantire sia la legalità sia la libertà di pensiero e di manifestazione. Siamo perfettamente consapevoli della gravità della situazione sociale e dei tanti problemi che cittadini, lavoratori e piccoli imprenditori si trovano ad affrontare in questa drammatica crisi. Il Pd è impegnato a costruire le risposte più adeguate alla gravità del disagio sociale ed economico, ma queste risposte non possono certo trovarsi in parole d’ordine estremiste ed in modalità di lotta populiste estranee al contesto democratico». 

Il Viminale in allerta  

Il Viminale segue con attenzione le fasi d’avvio della protesta. In base alle direttive del ministero dell’Interno, accanto all’opera di monitoraggio della protesta, si prevede la convocazione urgente da parte dei prefetti dei Comitati per l’ordine e la sicurezza. Le forze dell’ordine sono mobilitate per impedire innanzitutto limitazioni alla libera circolazione dei cittadini e delle merci, ma anche eventuali degenerazioni violente della protesta, destinata a protrarsi secondo gli organizzatori almeno sino al 13 dicembre. Allo stesso modo si provvederà alla rimozione di eventuali blocchi di nodi strategici per le comunicazioni, quali la rete stradale e autostradale, quella ferroviaria e gli aeroporti. 

La sfida delle sigle  

«Lo sciopero non sarà revocato. Noi lo attueremo. Ieri sera ci è arrivata la comunicazione da parte delle Prefetture di Catania, Ragusa, Siracusa e Messina che dice che ci è vietato tutto. Sono rispettoso delle istituzioni ma ci chiedono di fare le manifestazioni come fanno quelli della Cgil, Cisl e Uil. Purtroppo per noi è una manifestazione vera, non finta, quindi non possiamo adeguarci. Siamo disponibili a farci arrestare» rilancia da Catania il leader dei Forconi Mariano Ferro.  

L’escalation sul web  

I social network sono affollati di messaggi organizzativi e di protesta e sul blog «Fronte di liberazione dai banchieri» che pubblica la lista aggiornata delle iniziative in tutta Italia, si legge: «Non piu’ destra, non piu’ sinistra, non piu’ etichette, non piu’ finzioni nominalistiche ma attivita’ mirate a creare le premesse culturali e politiche per una Costituente di Popolo che sia alternativa reale ed organica agli schemi partitici e agli artifici ideologici. Momenti di lotta diretta a colpire le oligarchie di potere per le quali il rito del voto costituisce la legittimazione per continuare ad esercitare le loro angherie ai danni del Popolo».

FONTE: lastampa.it

mercoledì 4 dicembre 2013

I due Marò da febbraio 2012 in India: vittime di errori, ambiguità, incompetenza

I due Marò da febbraio 2012 in India: vittime di errori, ambiguità, incompetenza

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fanti di marina imbarcati sulla Enrica Lexie, accusati di avere ucciso dei pescatori (nessuno parla più di pirati) pagano una serie di errori che accomuna comandante, armatore, ministro degli Esteri, Governo e anche magistratura. E non se ne vede la fine

Il caso dei Marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone dal febbraio 2012 prigionieri della problematica giustizia indiana, non ha appassionato molto, tranne lodevoli eccezioni come Mario Pirani, a sinistra, che ha lasciato alla destra il solitario compito di tutelarli come se difendere l’onore dei militari italiani non fosse cosa degna.

I due militari, Fucilieri di Marina del Battaglione San MarcoMassimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono accusati dagli indiani di aver ucciso due pescatori indiani.
La loro vicenda credo meriti chiarimenti e considerazioni.
I chiarimenti riguardano il ruolo che rivestono i militari italiani imbarcati su navi mercantili battenti bandiera italiana, come la Enrica Lexie, di proprietà della Compagnia di trasporto marittimo Fratelli d’Amato.
Mi stupisce che qualcuno abbia avuto dubbi sull’iniziativa. È nella storia delle repubbliche marinare la predisposizione di unità militari per la difesa nelle rotte di navigazione seguite dal naviglio mercantile.
La Serenissima Repubblica di Venezia si è distinta nel corso dei secoli per aver mantenuto un potente dispositivo navale a garanzia della sicurezza delle aree marittime nelle quali navigavano le navi che trasportavano merci da e per i porti più lontani.
È, dunque, un interesse evidente dell’economia italiana che le nostre navi mercantili possano percorrere con sicurezza le rotte a rischio perché tutelate dalla nostra marina militare in vario modo, con la presenza in quei mari di unità armate o di uomini imbarcati sul naviglio civile.
A questo proposito, miei amici, reduci da una crociera mi hanno detto dell’accoglienza che, trovandosi la loro nave in acque pericolose, è stata riservata dai passeggeri, non solo italiani, ai fanti di marina imbarcati nel tratto di mare a rischio. Un’accoglienza che ha coinvolto anche i cittadini di altre nazioni.
La presenza di militari italiani sul naviglio mercantile è, dunque, doverosa.
Quanto all’intera vicenda sembra evidente che ci troviamo dinanzi ad un pasticcio che ha fatto perdere la faccia al nostro Paese.
In primo luogo perché il comportamento del comandante e dell’armatore doveva essere guidato dalle autorità militari italiane le quali avevano sconsigliato di entrare nelle acque territoriali indiane e nel porto di Kochi.
E qui c’è il problema della condizione giuridica delle acque nelle quali si è svolto l’incidente, non acque territoriali ma “Zona contigua” (24 miglia nautiche dalla costa), secondo il Maritime Zones Act del 1976, che fa parte integrante della “Zona economica esclusiva” che si estende per 200 miglia.
Su questa zona la giurisdizione penale indiana è stata estesa con atto unilaterale del codice di rito indiano.
Quale norma prevale, la norma internazionale o la normativa processuale indiana?
Non è la prima volta che ci troviamo ad affrontare un tale problema con gli stati rivieraschi mediterranei dove unilateralmente vengono ampliati i limiti delle acque sulle quali esercitare la giurisdizione. È accaduto ripetutamente con la Libia, accadeva spesso con la Croazia.
Rifuggiamo dalla prepotenza, ma in questo caso c’erano le condizioni per processare in Italia i nostri fucilieri, magari con la costituzione in giudizio dei parenti delle vittime o dell’India.
Invece abbiamo fatto una serie di figuracce, come quella della licenza dalla quale in un primo tempo si voleva che i due marò non tornassero in India nonostante la parola data, tra l’altro mettendo nei guai l’ambasciatore.
Queste vicende si risolvono trattati internazionali alla mano o in sede diplomatica. Nessuno stato avrebbe mollato suoi militari comunque in servizio. Non c’è bisogno di richiamare il caso del Cernis, quando i piloti americani responsabili di una strage i nostri giudici non li hanno visti neppure con il cannocchiale.
Occorreva una azione vigorosa, lineare con il diritto. Ad esempio perché la Procura della Repubblica di Roma non li ha imputati di un presunto omicidio, sia pure colposo e trattenuti in Italia?
Si ha l’impressione che abbiano pesato altre vicende, come quella della presunta corruzione nelle forniture di una azienda di Finmeccanica. Cose che si possono capire ma che non si possono ammettere quando è in gioco il prestigio del Paese di fronte ad uno stato, il Kerala, i cui governanti evidentemente hanno sfruttato il caso in vista delle elezioni.
Ambiguità italiote, come altre volte, a livello politico. Comportamenti che si pagano, cari.
FONTE: Salvatore Sfrecola (blitzquotidiano.it)

martedì 3 dicembre 2013

Corruzione, l'Italia 69esima al mondo. Migliora grazie alla legge Severino


Ai primi posti, nella graduatoria che premia i più onesti, i Paesi del Nord Europa e la Nuova Zelanda. La Grecia resta la peggiore dell'Unione europea, peggiora sensibilmente la Spagna colpita da crisi e scandali a corte. La Germania resta lontana dai migliori. Sull'Italia: "Compiuti sforzi strutturali"


La Grecia, a causa del rigore brutale e della crisi economica che la flagellano, resta il paese più corrotto nell'Unione europea, eppure migliora un po' la sua posizione. Peggiora invece la Spagna. Male l'Italia che è al 69mo posto (in una scala discendente che analizza 117 paesi del mondo), cioè a un piazzamento che Roma condivide con la Romania e il Kuwait. Tra i paesi 'grossi' della Ue la Germania è il meno corrotto però è comunque ben lontano dai più onesti o meno corrotti d'Europa e del mondo, i soliti primatisti: Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia, Svezia, Norvegia, Singapore, Svizzera, Australia, Canada. Ecco cosa ci dice l'ultima edizione del rapporto annuale diTransparency international, la Ong specializzata appunto nel valutare il coefficiente di corruzione nei singoli paesi del mondo.


L'Italia migliora comunque di tre posizioni rispetto all'anno scorso. Maria Teresa Brassiolo, Presidente di Transparency International Italia, non è stupita della leggera inversione di tendenza perché "si sono compiuti molti sforzi strutturali per migliorare la trasparenza e l’integrità del settore pubblico, a partire dal decreto 150, fino alla legge anticorruzione 190 e agli ultimi decreti sulla trasparenza e l’accesso civico. Il trend positivo è maggiormente visibile dai dati del Global Corruption Barometer 2013 che ci ha portati almeno a pari merito con Francia e Germania, in taluni segmenti anche meglio. Naturalmente dobbiamo


proseguire lo sforzo, ma il messaggio pare recepito. Resta l’uso disinvolto e spesso incompetente delle risorse pubbliche che creano debito, tasse e rabbia". Il testo della 190 è quello con il quale il parlamento delegava il Governo italiano a redigere delle misure per la prevenzione e la repressione della corruzione nella pubblica amministrazione, che poi sono confluite nel testo unico della Severino.

In Spagna - come riferisce Spiegel online che al tema dedica stamane un lungo servizio - la situazione è peggiorata soprattutto a causa di una serie di scandali che hanno pesantemente coinvolto la famiglia reale un tempo amatissima e popolarissima e diversi politici del partito di governo. Madrid quindi scivola giù di dieci posti al 40mo posto. La crisi economica, sottolinea il rapporto, ha comunque il suo ruolo nel declassamento iberico. Il Paese più corrotto della Ue resta la Grecia, eppure Transparency international sottolinea che il povero, iperindebitato Paese schiacciato dal rigore ordinato di fatto dalla Bundesbank, da Berlino e dalla Trojka (Ue-Fmi-Banca centrale europea) ha migliorato un po' la sua posizione: resta nel campo basso, cioè tra i più corrotti, ma sale dal 94mo all'80esimo posto. Finn Heinrich, esperto dell'organizzazione citato da Spiegel, sottolinea che la corruzione resta un problema per un paese ben più avanzato, industrializzato e nonostante tutto ricco, come il nostro: la corruzione in Italia "è un chiaro problema, il paese è al 69mo posto che condivide con l'instabile Romania ancora depauperata da 50anni del peggior tipo di comunismo da Gheorghiu-Dej al mostro Ceausescu, e con l'autoritario Kuwait.

Nell'insieme l'Eurozona si piazza comunque bene. La Germania è al dodicesimo posto ma perde un punto. L'Olanda all'ottavo, il Lussemburgo all'undicesimo posto, la Francia grande malato della moneta unica è come sempre al 22mo posto. I primi posti, le medaglie d'oro, come si diceva se le contendono Danimarca e Nuova Zelanda seguiti da Finlandia e Svezia. Tra i Paesi dove la situazione è sensibilmente peggiorata rispetto all'anno scorso sono Siria, Libia, Mali, Paesi investiti da guerre. Ma i più corrotti del mondo sono ancora Afghanistan, Corea del Nord e Somalia.

FONTE: repubblica.it

domenica 1 dicembre 2013

Casa, tutte le nuove tasse: rischio stangata nel 2015

Immagine Casa, tutte le nuove tasse: rischio stangata nel 2015

Una tassa diesel. Parte piano, poi mano mano accelera e arriva al massimo dei giri. Per un meccanismo perverso la Iuc, la nuova imposta comunale, nel giro di dodici mesi potrebbe diventare sulle prime case ben più pesante della vecchia Imu, quella pagata nel 2012 quando anche le abitazioni principali erano state chiamate alla cassa. Per capire quale sarà il destino del prelievo sulle case bisogna andare in ordine e incastrare, come in un puzzle, tutte le tessere. Partiamo dal 2013, l’anno in corso. L’Imu sulle prime case è stata cancellata. Non si pagherà, tranne in quei Comuni che hanno alzato l’aliquota oltre il livello base (4 per mille). In questi Municipi i cittadini saranno chiamati a versare il 40% dell’incremento. L’esborso massimo, insomma, sarà pari allo 0,8 per mille. Una mini-Imu da poche decine di euro. Su un immobile con una rendita catastale da 500 euro se ne verseranno 67 in tutto.
Ma già per il prossimo anno la musica cambia. Arriva la Iuc. Sulle prime case avrà un’aliquota compresa tra l’1 per mille e il 2,5 per mille e i Comuni riceveranno dal governo 500 milioni di euro da destinare alle detrazioni. Difficile sapere in anticipo come i sindaci decideranno di destinare questi soldi ai cittadini, ma la cifra, in media, consentirà uno sconto standard di 25 euro (secondo i calcoli di Uil e Cgia Mestre). Supponiamo che questo sia il caso «normale». Una prima casa con rendita catastale di 500 euro, allora, già l’anno prossimo potrebbe pagare tra 59 euro (ad aliquota 1 per mille) e 185 euro (ad aliquota 2,5 per mille). La stessa abitazione, nel 2012, con l’aliquota al 4 per mille e la detrazione fissa a 200 euro, avrebbe pagato solo 10 euro.
La vera stangata, tuttavia, rischia di arrivare nel 2015. All’interno della legge di Stabilità c’è infatti una vera e propria «pillola avvelenata».

Il dilemma dei sindaci Il tetto massimo del 2,5 per mille all’aliquota che i Comuni potranno fissare per la prima casa, vale solo per il 2014. Tra poco più di dodici mesi, nel 2015, sarà consentito ai sindaci aumentare il prelievo sulle abitazioni principali fino al 6 per mille. Non solo. Anche il finanziamento da 500 milioni di euro concesso per permettere ai primi cittadini di avere risorse da destinare alle detrazioni, è stato finanziato solo per un anno. Nel 2015 cesserà. Dunque, nel peggiore degli scenari, ossia con un’aliquota al 6 per mille e senza nessuna detrazione, la stessa casa con una rendita da 500 euro, si potrebbe trovare a dover pagare 504 euro di Iuc. Una vera e propria stangata. Molto, ovviamente, dipenderà dalle decisioni che Comune per Comune prenderanno i sindaci. Ma il loro spazio di manovra è decisamente limitato. L’aliquota massima della Iuc sulle «altre abitazioni» è stata fissata al 10,6 per mille. Lo stesso livello dell’Imu, tetto già toccato in molti Municipi. Questo significa che se i sindaci saranno alle prese, come spesso capita, con problemi di bilancio, avranno una sola strada da percorrere: aumentare la Iuc sulle prime case.

FONTE: Andrea Bassi (ilmessaggero.it)

sabato 30 novembre 2013

Banca d'Italia, rapporto economie regionali: cresce il divario tra Nord e Sud. Il calo degli stipendi dal 2010 a oggi


 Dal 2010 al 2012 le retribuzioni nette dei lavoratori dipendenti sono diminuite di 64 euro al mese, passando da una media di 1.328 euro a 1.264 euro. A fine biennio, se si considerano 13 mensilità, un lavoratore ha incassato in un anno 832 euro meno del 2010. Lo si legge nel rapporto sulle economie regionali di Bankitalia.
L'evoluzione del quadro congiunturale nel corso del 2013 mostra un ulteriore ampliamento del divario fra centro nord e mezzogiorno, già evidenziatosi nel 2011-12. E' quanto emerge dal rapporto della Banca d'Italia Economie regionali. "La caduta dell'occupazione è proseguita- si legge- ma si è attenuata nel secondo trimestre dell'anno al centro nord, mentre è rimasta intensa nel mezzogiorno. Nel primo semestre dell'anno il tasso di disoccupazione è cresciuto, rispetto allo stesso periodo del 2012, di 1,4 punti percentuali al centro nord e di 2,5 nel mezzogiorno; la crescita nelle regioni meridionali è stata parzialmente frenata dal calo dell'offerta di lavoro. Le ore di cassa integrazione guadagni sono complessivamente tornate a calare; soltanto nel nord est se ne è registrato un ulteriore aumento".
È proseguito, spiega via nazionale, "in tutte le macroaree il calo dei prestiti bancari alle imprese riconducibile sia alla domanda di finanziamenti, debole in tutte le aree del paese e in particolare al centro-sud, sia alle condizioni di offerta (in particolare di quelle praticate dalle banche di minori dimensioni), su cui ha pesato la percezione di una più elevata rischiosità dei finanziamenti verso specifici settori e imprese".
La qualità del credito alle imprese, misurata dal flusso di nuove sofferenze in rapporto ai prestiti, "è peggiorata nel primo semestre dell'anno. Il peggioramento del merito creditizio è evidenziato anche dall'andamento delle crisi aziendali, divenute più frequenti nel corso della crisi. I fallimenti d'impresa sono aumentati rapidamente tra il 2008 e il 2012 in tutte le aree del paese. Ovunque le imprese fallite mostravano una situazione economica e finanziaria più tesa che nel resto delle imprese già nel periodo pre-crisi (2004-2007)".
Infine i prestiti bancari alle famiglie consumatrici che "sono risultati pressochè stagnanti nel centro-nord, a fronte di una flessione significativa nel mezzogiorno. Sulla debolezza dei prestiti alle famiglie hanno inciso principalmente fattori di domanda".
 
FONTE: huffingtonpost.it